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Formazione Deep Tech in Sardegna: Micro-Credential e Profili Professionali per AI, Quantum, Blockchain e Cybersecurity

Competenze deep tech e micro-credential: come formare profili AI, quantum, blockchain e cybersecurity per rafforzare innovazione e lavoro in Sardegna

La trasformazione digitale europea non dipende soltanto da infrastrutture, piattaforme o investimenti in ricerca. Dipende, in misura crescente, dalla disponibilità di capitale umano specializzato capace di progettare, gestire e integrare tecnologie complesse come intelligenza artificiale, quantum computing, blockchain/Web3 e cybersecurity. In questi ambiti, la competizione si gioca sempre meno sul semplice accesso alle tecnologie e sempre di più sulla capacità di costruire profili professionali aggiornati, percorsi formativi flessibili e connessioni efficaci tra università, ITS Academy, imprese e pubbliche amministrazioni.

Per la Sardegna, questo tema ha un rilievo strategico. L’isola dispone di università, centri di ricerca, ITS e soggetti pubblici che già operano sulla frontiera delle competenze digitali; la sfida, oggi, è trasformare questa pluralità di iniziative in un ecosistema formativo coerente, capace di accompagnare studenti, lavoratori, professionisti e imprese lungo un percorso continuo di aggiornamento. In questa prospettiva, il modello europeo delle micro-credential è particolarmente interessante: consente di riconoscere competenze acquisite in percorsi brevi, modulari e verificabili, facilitando il raccordo tra apprendimento permanente, occupabilità e fabbisogni del mercato.

Il tema si colloca in modo naturale tra la Priorità P8, per le infrastrutture digitali, i dati e le competenze necessarie a governarli, e la Priorità P1, per la crescita di filiere innovative, startup e PMI che hanno bisogno di talenti specializzati e di una formazione più vicina ai cicli dell’innovazione.

Perché le competenze deep tech sono diventate una priorità europea

Le tecnologie deep tech hanno una caratteristica comune: richiedono competenze avanzate, interdisciplinari e in rapido aggiornamento. Non basta una buona alfabetizzazione digitale di base. Servono profili in grado di collegare teoria, infrastrutture, governance dei dati, sicurezza, regolazione e capacità di applicazione industriale. È per questo che la Commissione europea ha progressivamente spostato l’attenzione dalla semplice “digitalizzazione” alla costruzione di una vera base di talenti avanzati in Europa.

Negli ultimi anni, questo orientamento è diventato più esplicito. In ambito europeo sono stati rafforzati programmi e iniziative per le advanced digital skills, con particolare attenzione ai settori in cui il deficit di competenze rischia di rallentare innovazione e sovranità tecnologica. L’obiettivo non è solo formare specialisti isolati, ma costruire una massa critica distribuita tra università, centri di formazione professionale, imprese, pubbliche amministrazioni e reti di ricerca.

Questo vale in modo particolare per quattro aree. L’AI richiede figure che combinino machine learning, ingegneria dei dati, valutazione del rischio e capacità di integrazione nei processi. Il quantum computing richiede profili rari, a cavallo tra fisica, informatica, matematica e ingegneria. La blockchain/Web3 necessita di competenze che uniscano crittografia, architetture distribuite, standard e governance applicativa. La cybersecurity, infine, coinvolge ruoli sempre più articolati, dalla protezione delle infrastrutture alla risposta agli incidenti, fino alla compliance e alla sicurezza del software.

Per una regione, questo scenario impone una scelta: subire la scarsità di competenze o organizzare un’offerta formativa che permetta a studenti, lavoratori e imprese di muoversi con maggiore rapidità. La seconda opzione è quella più coerente con una politica di sviluppo che voglia rafforzare sia la competitività delle filiere sia la qualità dell’azione pubblica.

Micro-credential: che cosa sono e perché contano

Le micro-credential rappresentano uno dei cambiamenti più interessanti nel panorama europeo della formazione. Non sostituiscono lauree, diplomi o qualifiche tradizionali, ma introducono una forma più flessibile e modulare di riconoscimento delle competenze. Si tratta, in sostanza, di attestazioni che certificano i risultati di una breve esperienza di apprendimento, progettata con criteri di qualità, trasparenza e verificabilità.

L’Unione europea ha dato una cornice politica chiara a questo approccio con la Raccomandazione del Consiglio del 16 giugno 2022, che punta a sostenere lo sviluppo, il rilascio e il riconoscimento delle micro-credential tra istituzioni educative, imprese, settori e paesi. La logica è molto rilevante per i settori deep tech, dove la velocità dell’innovazione rende spesso difficile attendere i tempi lunghi dell’aggiornamento curriculare tradizionale. Un modulo breve e ben progettato può invece rispondere rapidamente a bisogni emergenti: ad esempio su foundation models, secure coding, quantum algorithms, digital identity, distributed ledgers o incident response. Per il quadro europeo sulle microcredenziali: Un approccio europeo alle microcredenziali.

Il valore delle micro-credential è duplice. Da un lato, aiutano le persone a documentare e rendere spendibili competenze acquisite anche fuori dai percorsi lunghi e lineari. Dall’altro, aiutano università, ITS Academy, enti di formazione e imprese a costruire offerte più agili, aggiornabili e orientate alla domanda reale. In un mercato del lavoro in rapida trasformazione, questo rende più facile progettare percorsi di upskilling e reskilling.

Naturalmente, le micro-credential funzionano bene solo se non diventano una proliferazione disordinata di “badge” senza qualità. La raccomandazione europea insiste proprio sul contrario: servono elementi costitutivi comuni, trasparenza sugli esiti di apprendimento, qualità della valutazione, possibilità di confronto e trasferibilità. Il punto non è frammentare la formazione, ma renderla più componibile e leggibile.

Per i territori, ciò apre una prospettiva importante: collegare percorsi accademici, ITS e formazione aziendale dentro un ecosistema più continuo, nel quale competenze specifiche possano essere certificate e riusate in modo più semplice.

Profili professionali: AI, quantum, blockchain e cybersecurity

Parlare di deep tech in astratto serve a poco se non si definiscono con chiarezza i profili professionali richiesti. È qui che il collegamento tra formazione e sviluppo territoriale diventa concreto.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, il fabbisogno non riguarda solo i data scientist. Servono anche AI engineer, figure capaci di portare modelli in produzione; specialisti di data governance e qualità del dato; esperti di valutazione di performance, bias, explainability e sicurezza dei modelli; professionisti in grado di integrare l’AI nei sistemi informativi pubblici e nei processi produttivi. Nelle PMI, spesso questi ruoli si combinano in figure ibride, che devono sapere sia costruire una pipeline sia interagire con il business.

Nel quantum la situazione è diversa, ma non meno urgente. Qui la filiera delle competenze comprende fisici, matematici, ingegneri del software, specialisti di hardware quantistico, figure per il middleware e per le applicazioni quantum-inspired. L’Europa ha riconosciuto la scarsità di questi profili e sta costruendo strumenti specifici proprio per svilupparli, segnale di quanto il tema sia ritenuto strategico.

Per la blockchain e le tecnologie di registro distribuito, i profili più richiesti combinano crittografia, architetture decentralizzate, sviluppo di smart contract, interoperabilità, identità digitale e, sempre più, uso della tecnologia in contesti regolati come supply chain, servizi pubblici e certificazione. L’interesse europeo non è rivolto solo alla tecnologia in sé, ma alla capacità di usarla in modo affidabile e interoperabile, come dimostra l’attenzione della Commissione per EBSI e per le iniziative di sviluppo delle competenze blockchain.

La cybersecurity richiede forse il quadro più articolato: analisti SOC, penetration tester, cloud security specialist, figure OT security, incident responder, security architect, GRC specialist, professionisti della conformità normativa e della sicurezza del ciclo di vita del software. Proprio per questo, la costruzione di un lessico comune dei ruoli è diventata una priorità europea, e la scarsità di competenze è considerata un rischio per imprese, PA e infrastrutture critiche.

Questi profili non devono essere letti come compartimenti stagni. In una fabbrica intelligente o in un servizio digitale pubblico, AI, cybersecurity, gestione dei dati e talvolta anche componenti blockchain o quantum-inspired possono intrecciarsi. La formazione deep tech ha quindi bisogno di una base interdisciplinare solida, ma anche di specializzazioni modulari che aiutino le persone a posizionarsi su filiere professionali riconoscibili.

Università, ITS Academy e imprese: come costruire filiere formative efficaci

Il punto decisivo non è soltanto aumentare il numero dei corsi, ma migliorare la connessione tra i diversi luoghi della formazione. In Italia e in Sardegna, università, ITS Academy e imprese hanno funzioni differenti ma complementari.

Le università sono essenziali per la formazione scientifica e metodologica, per la ricerca, per la produzione di conoscenza avanzata e per i profili che richiedono un alto livello di specializzazione teorica. Sono anche i luoghi in cui si sviluppano laboratori, gruppi di ricerca, contaminazione interdisciplinare e collegamenti con programmi europei. Nei settori deep tech, questa dimensione è particolarmente importante perché molti temi – AI avanzata, quantum, cybersecurity – richiedono basi matematiche, ingegneristiche e sperimentali non improvvisabili.

Le ITS Academy hanno invece il vantaggio di una maggiore vicinanza ai processi produttivi e ai fabbisogni operativi delle imprese. Possono costruire percorsi intensivi, laboratoriali, con una forte presenza di stage e project work, avvicinando più rapidamente i giovani e i lavoratori a ruoli tecnici spendibili. La loro forza è la capacità di trasformare fabbisogni professionali emergenti in percorsi di alta specializzazione post-diploma, con un legame diretto con il tessuto produttivo.

Le imprese, dal canto loro, non devono essere considerate semplici “destinatarie” della formazione. Devono entrare nella progettazione dei percorsi, contribuire a definire i profili in uscita, offrire casi reali, challenge, ambienti di test, tutor aziendali e, quando possibile, partecipare al rilascio di micro-credential condivise o riconosciute. Questo è particolarmente importante nei deep tech, dove la distanza tra innovazione e mercato può essere breve e dove le competenze devono essere continuamente aggiornate.

Una filiera formativa efficace nasce quando questi tre mondi smettono di lavorare in parallelo e iniziano a funzionare come un ecosistema. Le micro-credential possono essere uno strumento utile proprio perché permettono di costruire moduli comuni o riconoscibili tra università, ITS e imprese, senza annullare le differenze di missione.

Sardegna: basi già presenti e opportunità di integrazione

In Sardegna esistono già elementi importanti su cui costruire questa strategia. L’Università di Cagliari, ad esempio, offre un corso di laurea magistrale in Computer Engineering, Cybersecurity and Artificial Intelligence, che nasce esplicitamente dalle competenze sviluppate nel territorio e si colloca in una traiettoria internazionale di domanda crescente su questi ambiti. Questo è un segnale rilevante perché mostra come la regione possa già contare su un’offerta universitaria avanzata in almeno alcune delle aree deep tech più richieste.

Sul versante della formazione terziaria professionalizzante, la Regione valorizza il Sistema ITS Academy Sardegna come uno degli strumenti per allineare i percorsi formativi ai fabbisogni del mercato del lavoro e alla programmazione regionale. La riforma degli ITS ha rafforzato proprio questo legame con le imprese e con i nuovi profili professionali, offrendo una base interessante per costruire percorsi più vicini ai bisogni della transizione digitale.

Esistono inoltre iniziative regionali che vanno nella direzione dell’aggiornamento specialistico. Le attività di Sardegna Ricerche, i percorsi collegati all’innovazione digitale e la presenza di community tecnologiche locali mostrano che il territorio ha già sperimentato forme di formazione brevi, professionalizzanti e orientate alle esigenze di startup, sviluppatori e imprese innovative. Il passo successivo è dare maggiore continuità e riconoscibilità a queste esperienze, collegandole più chiaramente alla logica delle micro-credential e a una filiera di competenze che dialoghi con università e ITS.

Per la Sardegna, il vantaggio competitivo potrebbe nascere proprio da questa integrazione. Non tanto moltiplicando corsi isolati, ma costruendo percorsi modulari e riconoscibili, capaci di accompagnare gli utenti da una prima alfabetizzazione avanzata fino a specializzazioni profonde, connessi a laboratori, imprese, cluster e programmi europei.

Pari opportunità, gender balance e accesso alle carriere deep tech

Uno dei rischi più evidenti della trasformazione deep tech è che rafforzi squilibri già presenti nel mercato del lavoro e nei percorsi formativi, soprattutto sul piano del genere e dell’accesso alle opportunità. Le discipline STEM e, in particolare, alcuni ambiti come cybersecurity, AI o quantum continuano a registrare una presenza femminile inferiore rispetto ad altri settori. Per questo il tema delle pari opportunità non può essere trattato come un’aggiunta finale: deve essere incorporato nella progettazione stessa dei percorsi.

L’Europa sta iniziando a muoversi in questa direzione. Le nuove digital skills academies sono pensate anche come strumenti per promuovere carriere digitali soprattutto tra le donne, riconoscendo che la scarsità di talenti non può essere affrontata senza allargare la base di partecipazione. Questo orientamento è importante perché sposta l’attenzione dalla sola “offerta formativa” al disegno di un ecosistema più inclusivo.

Per un territorio, ciò significa lavorare su più livelli. Il primo è l’orientamento: rendere visibili le opportunità deep tech già nella scuola e nei primi anni universitari, contrastando stereotipi e auto-selezioni. Il secondo è la progettazione dei percorsi: moduli flessibili, formati ibridi, micro-credential spendibili anche da chi già lavora, tutoraggio e mentorship. Il terzo è il collegamento con il mondo del lavoro: imprese e amministrazioni devono essere coinvolte anche nel costruire ambienti professionali più aperti alla diversità, valorizzando competenze femminili e favorendo percorsi di leadership tecnica.

Pari opportunità, in questo senso, non è solo una questione di giustizia sociale. È anche una condizione di robustezza dell’ecosistema. Più ampia e diversificata è la base dei talenti, maggiore è la capacità del territorio di innovare, adattarsi e competere.

Una prospettiva di lungo periodo per il capitale umano regionale

La formazione deep tech non è un segmento specialistico separato dalle altre politiche di sviluppo. È una delle infrastrutture immateriali più importanti per il futuro delle regioni. Senza competenze adeguate, anche gli investimenti in ricerca, dati, intelligenza artificiale, cybersicurezza o identità digitale rischiano di produrre risultati inferiori al loro potenziale. Con competenze adeguate, invece, le tecnologie diventano leva di competitività, qualità amministrativa e innovazione diffusa.

Per la Sardegna, la sfida non è solo “avere più corsi”, ma costruire un ecosistema regionale del capitale umano deep tech. Ciò richiede coordinamento tra università, ITS Academy, imprese, centri di ricerca e soggetti pubblici; valorizzazione delle micro-credential come strumento di flessibilità e riconoscimento; attenzione costante alla qualità, alla trasferibilità e alla leggibilità delle competenze; e un impegno reale su pari opportunità e accesso diffuso.

Nel lungo periodo, il vero risultato sarà misurabile non solo nel numero di persone formate, ma nella capacità della regione di trattenere talenti, attrarne di nuovi, rafforzare startup e PMI, sostenere la trasformazione della PA e costruire filiere produttive più sofisticate. Se letta in questa prospettiva, la formazione deep tech non è semplicemente una politica educativa: è una politica industriale e territoriale, che decide quanta autonomia, innovazione e resilienza digitale una regione potrà costruire negli anni a venire.

Questi articoli e contenuti sono da considerarsi informativi e sperimentali, realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Non sostituiscono i canali ufficiali: si invita a verificare sempre le fonti istituzionali della Regione Autonoma della Sardegna.

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